valentina gaia
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Come rimaniamo?

di  Luca Monti
Al teatro De' Servi di Roma

Dal 21/11/2006 al 17/12/2006

Quattro cuori - due coppie che s'incontrano-scontrano nella Roma del nuovo millennio, alle prese con il mondo del lavoro sempre precario, il bisogno di stabilità e il tramonto dello stile di vita tradizionale.

Una generazione che aspetta risposte pone, nel frattempo, le sue domande. Generazione di mezzo, quella dei trentenni, che sembra ormai non sappia far altro che stare ferma, equidistante da quel desiderio recondito di tornar bambini -sindrome di Peter Pan - e la necessità, fisiologica, di diventare finalmente adulti. Accade dunque che le domande siano la fuga dalle risposte, come quando, incalzati da una richiesta impellente, si elude ponendone un'altra, uguale e contraria. Questa sensazione ha mosso Luca Monti, autore e regista che porta sulla scena il suo quesito Come rimaniamo? .

Quattro gli attori in scena che non ne escono mai, dilagando spesso anche fra le sedie della platea e con ciò definendo un rapporto molto coinvolgente con gli spettatori: parlano al pubblico, parlano dal pubblico e sembrano corrispondere le loro ansie irrisolte, i loro dolori di uomini e donne in bilico. Ma attenzione, la loro voce non giunge alla platea, comunicano senza aspettarsi una risposta; sanno che lo spazio che li separa da chi ascolta è invalicabile. Questa ottima intuizione oltrepassa lo spazio scenico senza dimenticarne l'esistenza: un gioco riuscito e funzionale spezza dialoghi di superficie che sarebbero noiosi, affondando, come accade nei rapporti umani, soltanto quando l'interlocutore in scena non ascolta. E' il trionfo dell'incomunicabilità. Una simile sensazione ci sfiora quando i quattro personaggi, in scena contemporaneamente, sono in posti differenti e parlano fra loro al telefono, tenendo in mano apparecchi finti, come tutti gli oggetti della scena: quale migliore esempio dell' incapacità di esprimersi? I quattro parlano ad incrocio, si ascoltano, si consolano, solo in parte si capiscono; al telefono ognuno torna solo, ognuno attraverso il filo svolge quella finzione, che è scenica nella realtà, di trovarsi in due luoghi allo stesso momento, ad un capo e all'altro del filo, senza riuscire ad essere completamente in nessuno dei due posti. Questo è lo spazio entro cui si intrica il groviglio di vite incomunicabili.

Tra gli attori, Fabrizio Sabatucci tiene le redini della pièce come del suo cavallo mentre Valentina, che di cognome fa Gaia, non poteva essere altrimenti sulla scena. Una parola poi va spesa per la scenografia e gli oggetti in scena.

Dunque un testo ben composto, sorretto da una regia attenta che dove può agisce, o lascia agire i personaggi, mentre dove non può - per evidenti problemi scenici - sapientemente allude, simula l'allegoria del gesto con mano sicura. Anche il montaggio è ben fatto, sull'onda di quello cinematografico, intersecando la scena presente con delle voci rievocate.
Il testo pertanto è commedia solo in parte, penetrando invece ritratti di differenti psicologie che intersecano i loro destini. Spesso la commedia difetta nel dire, persa nell'esigenza di divertire, mentre qui si muove in un ambiente limitato, stringendosi per fare spazio a concetti anche duri e ad una babele di sentimenti che è lo specchio del nostro comunicare.

(Simone Nebbia)

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